Un equilibrato e condiviso intervento.
«Ci sono due effetti collaterali nelle polemiche sulla riforma degli appalti di cui si ragiona poco. E non sono temi di merito.
Ma di metodo. O, meglio, di contesto culturale.
Il primo è che, quando si parla di appalti, di denaro pubblico, di regole e di ruolo della pubblica amministrazione, è come se si desse per scontato che le norme vadano scritte per un’Italia abitata da 56 milioni di Matteo Messina Denaro. Così l’attenzione è su come evitare, in via preventiva, che l’appalto diventi truffa, corruzione, malafede, malaffare. E la norma si infittisce di cavalli di Frisia burocratici, di step autorizzativi, di controlli, e indirettamente aumenta il potenziale di chi voglia trarre illecitamente vantaggio dal suo ruolo pubblico.
È un messaggio che, subliminalmente, tra l’altro tende a perpetuare la devianza come fosse una forza immanente e irrinunciabile, come fosse caratteristica intrinseca e diffusa del nostro Paese.
La legge sugli appalti dovrebbe fare in modo che i tempi - dal progetto al cantiere e finalmente all’opera - siano certi e il più rapidi possibile. Punto. Il resto è ordine pubblico e lotta alla criminalità.
Il secondo aspetto è che non viene tutelato il ruolo delle authority che dovrebbe restare sempre al di fuori dell’agone politico. Le autorità terze dovrebbero parlare per atti e in occasioni formali di fronte al Parlamento e i partiti dovrebbero evitare attacchi frontali e accettarne i verdetti. Quando queste condizioni non vengono rispettate, a pagare è solo la fiducia nel paese» (di Alberto Orioli, da radio24.ilsole24 ore.com).
